Due volte l'ombra (Seconda parte)

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Testo: Due volte l'ombra (Seconda parte)
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DUE VOLTE L'OMBRA (Seconda parte)

VI
Mi ci ero imbattuta il giorno dopo. Lo spigolo della porta a vetri dell’Ufficio per poco non mi colpiva la fronte.
-Mi scusi!
-Ah, mi scusi lei!
Avevamo farfugliato entrambi.
Avevo riconosciuto la bisaccia stinta, messa a tracolla accanto alla cartella della posta.
-Il nuovo portalettere?
- Sì.
Stava per inforcare la motoretta.
-Ma lo conosce il quartiere?
-No, ho la mappa! - e gli era venuto su un sorriso largo in quella bocca stretta. Un bagliore di fulmine negli occhi d’oliva.
Lo avevo accompagnato con lo sguardo mentre si avviava sul cinquantino. La schiena incurvata nella sagoma incerta, il serpente azzurro di gas rarefatto dal tubo tronco.
VII
Avevo deciso di portare mio figlio alle Acque Minerali. C’era un bel parco. Con i tassi e gli scoiattoli dietro i recinti. Luigi aveva otto anni e gli piaceva scorrazzare in quel luogo ombroso, buttare le briciole di pane alle papere del laghetto.
-Non ti allontanare troppo, Luigi!
-No! Sono qui!! – la sua testa era sbucata dietro il cestino delle cartacce.
-Io provo di bere un po’ di quest’acqua…- avevo preso il bicchierino da viaggio e mi ero avvicinata a una fontanella.
-Ma come fai, mamma, a bere quell’acqua? Sa di uova marce!!!
-È curativa!
Ne avevo bevuta un po’, poi buttato il resto tra un cespuglio.
Il posto offriva un percorso didattico geologico. Feci i biglietti al botteghino e mi misi in fila con gli altri per la visita. L’itinerario si snodava tra passerelle e vialetti di ghiaia.
Ad un tratto sentii alle spalle un passo lieve e una presenza leggera, amica.
Mi voltai. Vidi il portalettere.
Aveva la borsa di cuoio a tracolla.
-Anche lei qua?- un sorriso ampio animava il suo viso.
Luigi mi dava la mano e guardava, col musetto all’insù, il forestiero .
-Mi piace questo parco, è molto riposante … Ci conducono alle sorgenti?- domandò.
-Credo di sì – risposi.
Percorremmo un sentiero, bordeggiante costoloni di roccia che trasudavano acqua.
-L’acqua è vita- fece il portalettere- …da Talete…
La guida intanto istruiva circa la storia delle acque minerali e la scoperta della vena, nel sito, risalente alla prima metà dell’800.
-Già… è vita – confermai – lo sanno quelli del Sud che hanno imparato dagli Arabi quanto sia preziosa.
-Ne so qualcosa anch’io – proseguì il portalettere – provengo da un paese nel quale l’acqua viene razionata quasi tutti i giorni. Eppure, la Sicilia è ricchissima di sorgenti! Ma è inutile far commenti - e scosse il capo lasciando intendere.
Lo guardai bonaria, non desideravo approfondire l’argomento.
-E tu? –gli occhi d’oliva si rivolsero a mio figlio –che cosa vuoi fare da grande?
-Il macchinista ! – rispose Luigi con decisione.
-Tutti i bambini vogliono fare i macchinisti, perché giocano con i treni!- sorrise il portalettere- impara i rumori del treno e la prossima volta che ci incontriamo me li fai sentire!
Luigi lo guardò meravigliato, incredulo.
-Ti dirò che cosa ci si può fare con i rumori!- proseguì il portalettere con aria complice.
La visita era finita. Ci salutammo. Luigi continuava a fissare il portalettere e, prima di girargli le spalle per andare a casa, gli chiese:
-Ma tu, come ti chiami?
- Gaetano! – rispose - Gaetano mi chiamo.
VIII
La solitudine mi faceva amare la città, l’atmosfera frizzante delle chiacchiere nei bar e nei negozi. Da quando Pier Sante non c’era più, trovavo compagnia nel vivace andirivieni della gente lungo le vie pulite e acciottolate del centro.
Mi piaceva anche andare in stazione con Luigi. C’erano treni ogni mezz’ora e con varie destinazioni.
Luigi sapeva tutto. Degli orari, degli altoparlanti, del deposito bagagli.
Erano le undici e mezza di una domenica mattina. Io e Luigi sedevamo da circa mezz’ ora sulla panchina di legno a ridosso del muro della stazione, contando le corse e gli annunci.
Arrivò il regionale da Bologna. Si fermò col solito stridio di freni sul binario. Quel rumore acuto, sgradevole, che entra nella memoria affettiva di chi fa uso del mezzo.
Dal treno scese il portalettere. Con la valigia e la borsa di cuoio dalla quale sporgeva qualcosa di lungo, avvolto in una fodera.
-Mamma, c’è Gaetano! - disse il bambino, indicando con un dito.
-È vero! – risposi guardando.
Venne verso di noi.
Aveva l’aria stanca di chi ha passato la notte in una cuccetta e ha dormito male. I pantaloni di lino chiaro erano sgualciti come la camiciola con le maniche rimboccate.
-Oh! Oh! Ciuf! Ciuf! Ih! Ih!... Oh! Oh! Ciuf! Ciuf! Ih! Ih! - ripeteva Luigi, ricordando.
- Che bel ritmo, hai fatto! Te ne sei accorto? - Gaetano si rivolse a mio figlio per salutare.
- Che cos’è? – chiese Luigi.
- Hai ripetuto dei suoni in ordine! - spiegò Gaetano.
Luigi lo guardò.
- Ti piace la musica? – chiese il portalettere.
- Sì…- rispose Luigi incerto.
- Ma, lei, suona? -domandai. .
Lui appoggiò la valigia sull’impiantito della stazione, tolse la tracolla di dosso e tirò fuori lo strumento.
Lucido anche nelle chiavi.
- Che bello! – esclamai – È un clarinetto?
- No, è un flauto traverso.
- E, lei, lo suona?
- Sì, certo.
Luigi era incantato.
-Le dispiacerebbe farci sentire qualche nota? - chiesi.
-Sì, volentieri, ma usciamo da questo frastuono.
Ci allontanammo dalla confusione. Nei giardinetti c’era una panchina. Io e Luigi ci sedemmo. Lui rimase in piedi, appoggiò la punta del mocassino al sedile, portò alle labbra l’imboccatura e accennò alla “Sicilienne” di Gabriel Fauré.
- Commovente…- dissi alla fine.
- Il flauto traverso ha un suono molto dolce – rilevò il portalettere.
-Sarebbe bello andare al parco e ascoltare là- proposi.
-Dove? Alle Acque? – domandò sopra pensiero lui.
-No, al parco Tozzoni. C’è una bella radura. Ci si potrebbe sistemare un’orchestra. Come nel 700! - sostenni con l’ingenuità di una ragazzetta.
-Non ci sono mai stato – dichiarò il portalettere.
-Andiamoci, mamma! - incoraggiò Luigi.
- Va bene! –soggiunsi- domenica prossima. Per l’orario ci metteremo d’accordo in settimana.
IX
Ci andammo un pomeriggio al parco Tozzoni e poi a Palazzo Tozzoni. Gaetano e io. Luigi era stato prelevato dai nonni e io non avevo avuto voglia di seguirli. Avevo bisogno di evasione. Luigi era dispiaciuto per la coincidenza e avrebbe voluto venire con me. Spesso mi faceva domande sul portalettere.
Io desideravo mostrare a Gaetano gli scaloni, le sale, le cucine di quell’edificio antico e opulento, il salotto rosso con le poltrone dallo schienale alto, le tende, le tappezzerie. I quadri enormi, le cornici d’oro. E i lampadari con le candele.
Per sognare un ballo. Pensare ai ventagli, ai vestiti stretti in vita, ai brusii, ai bigliettini passati sui vassoi d’argento. Alla musica.
-Che bello l’Ottocento! – affermai.
-Sì, anche i romanzi! – aggiunse Gaetano.
-Qual è il tuo preferito?
-Mah, forse “I Miserabili”. Da ragazzo mi aveva colpito molto la figura di Jean Valjean perché, anche quando cambia identità, continua ad essere perseguitato…
- Come non dimenticare quei dialoghi? Innalzavano a nobili vette. Io naturalmente amavo le sorelle Brontë. Frasi come…:” È il mio spirito che si rivolge al vostro spirito come se fossimo passati nell’aldilà…”
- Sì, il Romanticismo ha dato centralità all’anima, alle tensioni metafisiche, ai sentimenti più puri…
Mi piaceva che tenesse bordone alle mie osservazioni con assoluta naturalezza. Per un momento ritrovavo familiarità e quel gusto delle conferme che mi mancava da tempo.
- Si somigliano tutti questi palazzi dei signori - aggiunsi.
- Avevano le stesse abitudini, lo stesso tenore di vita. Anche nel mio paese c’è un palazzo simile. Anzi, mia madre discende proprio dalla famiglia che vi abitava.
-Ah sì? – esclamai – e, tu, come mai sei qua?
Gaetano non mi rispose. Osservava in una teca il bastone da passeggio di Umberto I, donato dalla famiglia reale al nobile Tozzoni che aveva soccorso sua maestà il giorno dell’attentato.
Adesso sembrava intimidito. Le piccole rughe sulla fronte erano un accumulo.
Rispondeva di sì e di no.
Non so a che cosa pensasse.
-Quella borsa è un prodotto d’artigianato? - chiesi.
L’occhio mi era caduto ancora sulla bisaccia che spenzolava dalle sue spalle magre.
-Non ci crederai – mi rispose, riprendendo vigore - ma questa borsa proviene da Massaua. È un regalo del nonno, che abitava là quando l’Italia possedeva le colonie. Gli era stato donato da un personaggio locale.
Si tolse la tracolla e me la mostrò.
Era stata realizzata con pellame di qualità. In un angolo, in basso, era inciso il carro dell’Orsa Maggiore e sotto comparivano alcuni caratteri arabi.
-Me la diede completamente nuova. Nessuno l’aveva mai usata, prima … lui sapeva come interpretare il pensiero di chi gli stava intorno. Diceva agli africani: “Siamo noi gli invasori!”.
Immaginai un dono ricevuto in cambio di un favore.
-Dentro vi custodisco gli insegnamenti del nonno che ho fatto miei – disse Gaetano con aria tra il grave e il candido.
- Ne potrei conoscere qualcuno? - chiesi sottovoce.
- Sì – rispose disponibile- … si deve precedere gli altri nel bene e… coltivare ciò che si ama…
-E tu, precedi gli altri nel bene?
-A volte… credo di sì, ma non ne sono sempre sicuro…
Avrei voluto sapere a che cosa alludesse, ma non feci altre domande. Lui non mi domandava mai nulla e io non volevo risultare indiscreta.
X
-Sei cambiata, - mi disse Mara a bruciapelo, quel giorno al lavoro.
-In che senso? - chiesi.
-Sei molto silenziosa! Molto assorta. E poi, tieni dei libri nel sottobanco che leggi durante le pause…prima non lo facevi.
- Lasciala stare- intervenne Paola sottovoce- è naturale che sia cambiata dopo quello che le è successo.
- Sì, ma…c’è qualcosa… qualcosa di nuovo- Mara mi studiava insistente.
-È il potere dei ricordi, il percorso che ritorna…- spiegai.
-Te l’avevo detto io! –sottolineò lei distogliendo lo sguardo - con la tua laurea...non dovresti essere qui … ma … - si interruppe per cambiare discorso- lo sapete che ieri sera c’era Gaetano che suonava per la festa della Ripresa!
-Cioè? - chiese Paola.
-Ma sì! Quella festa che si fa da un po’ di anni in cui sfilano i costumi antichi dei quartieri! C’era anche lui tra i suonatori… l’hai visto, tu, Giovannina?
-No, non sono andata- intenta a digitare, cercavo di farmi percepire altrove col pensiero .
-Certo che, a guardarlo bene, è proprio un bel ragazzo, un tipo interessante, e poi suona… - fece Mara.
-È un po’ misterioso ma molto gentile, istruito e, se avessi qualche anno in meno, un pensierino lo farei…- concordò Paola.
- Ti mette addosso qualcosa –Mara faceva la voce stridula –è come se ti buttasse…sì,… il fuoco, a destra e a sinistra quando parli con lui !
-Adesso non esageriamo! – ridacchiò Paola – così moriremmo tutte! – e continuò a ridere.
-Sì, invece –insistette Mara – è come… è come…se ti facesse una magia… non so come dire.
-È il fascino latino- sentenziò Paola con aria saputa -Ma tu, Giovannina , lo sai dove abita?
-No- feci guardando un punto nel vuoto.
-Ah, pensavo che te lo avesse detto… Non siete usciti insieme qualche volta?
-Sì, ma non abbiamo parlato di questo – risposi asciutta.
-Ho sentito, però, il direttore dire che Gaetano vuole trasferirsi in un’altra città – comunicò improvvisamente Mara.
-Ah! E come mai? – non potei fare a meno di chiedere.
-Non lo so… peccato, eh? – e Mara mi fissò a lungo e intensamente.
Non le risposi.
Mara e Paola continuarono a confabulare e la mattinata trascorse con esasperante lentezza.
XI
Una sera aprii la cassapanca dove custodivo ancora il fondo di chitarra del compagno di scuola, con il cuoio fiorito di muffa in corrispondenza delle Pleiadi, e decisi di buttarlo nella spazzatura perché non sarebbe stato buono neanche come surrogato.
Pensai alla borsa del portalettere, al flauto traverso, ai discorsi che avevamo fatto.
Gaetano si era trasferito in un’altra città.
Io sapevo che non l’avrei più rivisto né avrei avuto notizie di lui.


Due volte l'ombra (Seconda parte) testo di Diodata
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